Nel 2024 ogni giorno 1,3 aperture contro 3,2 chiusure, entro 10 anni azzerate le nuove attività
«Rigenerare il tessuto commerciale è possibile, a condizione che i decisori pubblici investano sulla fiscalità, sull’accesso al credito, sulle regole della concorrenza con il commercio elettronico, e su strumenti innovativi come i Distretti urbani del commercio. E che si fermi la proposta di aprire le aree industriali a nuovi centri commerciali come quella nel Consiglio regionale abruzzese». Lo ha affermato questa mattina Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti, aprendo i lavori del meeting dell’associazione condotto dal direttore del Centro Luca Telese nell’ambito del Meeting sulla bilateralità organizzato a Città Sant’Angelo Marina, nello spazio Rosarubra Zen, dall’Ente bilaterale del Terziario e del Turismo promosso dalla stessa Confesercenti Abruzzo e da Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil. Bussoni, nella tavola rotonda con l’assessore Tiziana Magnacca e i vertici locali dell’associazione rappresentanti dal presidente Daniele Erasmi e dal direttore Lido Legnini, ha illustrato i dati del rapporto predisposto per l’occasione da Confesercenti. «Personalmente non sono favorevole alla proposta sulle aree industriali – ha precisato Magnacca davanti agli imprenditori del settore – non ne vedo le ragioni». Ma Confesercenti, illustrando i dati della crisi, chiede uno stop formale.
La crisi delle attività di prossimità in Abruzzo: tra spopolamento, invecchiamento e desertificazione
Nel quinquennio 2019–2024, secondo Confesercenti, in Abruzzo sono scomparse 3.092 imprese, pari a un calo dell’11,2%, un dato peggiore della media nazionale (-10,1%). La riduzione ha colpito in modo più marcato le donne imprenditrici (-13,05%) e gli imprenditori italiani (-11,3%), ma ha coinvolto anche quelli stranieri (-10,6%). In questo scenario complessivamente negativo, alcune comunità straniere – in particolare quelle di origine albanese e pakistana – hanno fatto registrare una lieve crescita del numero di imprenditori attivi.
Il tessuto imprenditoriale regionale è sempre più anziano: l’età media degli imprenditori abruzzesi è aumentata di oltre due anni, passando da 49,97 nel 2019 a 52,02 nel 2024. Un andamento che riflette il progressivo invecchiamento demografico anche a livello nazionale. In parallelo, la popolazione residente è scesa da 1.300.645 a 1.269.571 persone, con una perdita di oltre 31.000 abitanti. Tra il 2014 e il 2024, la regione ha perso complessivamente il 5% dei residenti, una flessione superiore a quella media nazionale (-3%).
Le trasformazioni della rete distributiva (2014–2024)
Dati camerali mostrano come in Abruzzo la crisi abbia colpito in modo disomogeneo le varie categorie merceologiche. Alcuni settori hanno registrato crescite, come:
- Elettrodomestici: +25% (da 32 a 40 esercizi)
- Prodotti del tabacco: +13% (da 831 a 939)
- Pescherie: +4,4%
- Distribuzione carburanti: +4,3%
- Librerie: +2,8%
Tuttavia, la maggior parte delle categorie registra contrazioni anche molto forti:
- Alimentari non specializzati: -39,2%
- Giornali e cartolibrerie: -27,3%
- Esercizi ambulanti: -20,3%
- Minimarket: -19,1%
- Mobili e prodotti per la casa: -18,4%
- Cosmetici e profumerie: -16,3%
- Ferramenta: -15,8%
- Abbigliamento e calzature: -15,3%
- Fiori e piante: -15,0%
- Ortofrutta: -15,0%
- Macellerie: -13,4%
- Pane e dolciumi: -11,2%
Desertificazione commerciale ed effetto “tsunami”
La desertificazione commerciale è oggi una delle sfide più gravi per i territori italiani. La riduzione della rete di prossimità ha colpito in modo sistemico, svuotando interi paesi di servizi essenziali. Tra il 2014 e il 2024, oltre 26 milioni di italiani hanno visto sparire definitivamente dal proprio comune una o più attività di base: alimentari, bar, edicole, distributori.
Questo svuotamento fisico ha coinciso con l’esplosione dell’e-commerce. In Italia, nel 2024, si sono registrate circa 978 milioni di consegne di pacchi, 600 milioni in più rispetto al 2016. Solo in Abruzzo, si stima che le consegne abbiano superato i 21 milioni.
Il 2024 si è rivelato un anno particolarmente critico per il commercio. A fronte di 23 mila aperture in Italia, si sono registrate 62 mila chiusure: un rapporto di 1 a 3, il peggiore degli ultimi dieci anni. Anche il tasso di natalità imprenditoriale si è drasticamente ridotto: si è passati da 118 nuove imprese al giorno nel 2014 a 63 nel 2024. Mantenendo questo ritmo, si rischia la totale assenza di nuove aperture entro il 2034.
In Abruzzo, la dinamica è ancora più allarmante: nel 2024 si sono registrate solo 488 aperture di imprese commerciali, a fronte di 1.155 chiusure. Significa 1,3 aperture al giorno contro 3,2 chiusure.
Un comparto minacciato anche a livello internazionale
A pesare sul futuro delle piccole attività di paese c’è anche il contesto geopolitico ed economico. Secondo l’osservatorio EFBS, l’introduzione di nuovi dazi rischia di avere ricadute dirette proprio sulle microimprese: si stima che il 32% delle attività commerciali di prossimità nei piccoli comuni rischi la chiusura a causa dell’aumento dei costi legati alle importazioni.
Le proposte dell’associazione
«La chiusura delle attività economiche comporta una perdita di occupazione reale, ma ha conseguenze sull’intera vivibilità del territorio. La chiusura dei servizi di prossimità è quasi sempre il preavviso di chiusura di molti servizi pubblici e di pubblica utilità – ha sottolineato Erasmi – a partire dagli sportelli bancari e postali e dagli stessi bancomat, fino a servizi periferici della sanità territoriale e, non da ultimo, delle istituzioni scolastiche. La qualità della vita dei Comuni viene drasticamente ridimensionata. La desertificazione commerciale e la conseguente scomparsa di molti servizi inizia a coinvolgere anche i centri di medie dimensioni e interi quartieri delle città più importanti».
Fermare il declino è possibile
«Sul fronte del commercio l’Abruzzo vive una condizione più critica rispetto alla media nazionale, ma gli strumenti sono alla portata della Regione Abruzzo e delle amministrazioni locali. Innanzitutto – ha sottolineato Legnini – fornendo agli imprenditori gli strumenti conoscitivi del mercato digitale, esploso in pochi anni: i titolari e gli addetti hanno l’esigenza di una formazione di massa per conoscere meglio il mondo del web e individuare le potenziali strategie per trovarne beneficio. Basti pensare alla capacità rivoluzionaria dell’Intelligenza artificiale e del suo utilizzo. Le risorse per questa operazione formativa ci sono grazie ai Fondi strutturali, che vanno utilizzati per sostenere innovazione e formazione anche nel settore del retail, al pari di altri grandi comparti economici».
Confesercenti propone di aggiornare il modello dei Centri commerciali naturali, troppo a lungo dimenticati dalla Regione Abruzzo, per investire sui Distretti Urbani del Commercio, sul modello vincente di città e centri minori che, alle prese con le medesime sfide dell’Abruzzo, sono riusciti a dare nuove opportunità al retail e incrementare la qualità della vita di quartieri e centri storici: se la Regione manifesta la volontà concreta di ascoltare, l’associazione è pronta a fornire proposte, buone prassi, suggerimenti e consigli operativi.
Occorre, però, fermare il tentativo ormai ciclico di trasformare le aree industriali in centri commerciali, operazione che va immediatamente archiviata perché provocatoria nei confronti delle imprese, e inutile sul piano economico come dimostrato dai dati indicati in questo documento: l’Abruzzo non ha bisogno di operazioni che agevolino l’uscita dal mercato di migliaia di micro, piccole e medie imprese del commercio, operazioni che vedrebbero sorridere solo i soggetti interessati alle grandi operazioni immobiliari. E va ribadita la moratoria alla grande distribuzione organizzata che scade a fine 2025.
I centri storici non hanno bisogno di nuovi iper: hanno bisogno piuttosto di politiche di sostegno a chi investe e ristruttura i locali commerciali, hanno bisogno di politiche di rigenerazione dei mercati scoperti e dei mercati coperti, hanno bisogno di sinergia fra enti pubblici e soggetti privati per non trasformare le vie delle città in garage senza servizi, hanno bisogno di una fiscalità di vantaggio per chi opera nelle aree più difficili.
Occorre ragionare infatti anche sull’accesso al credito per le micro, piccole e medie imprese in una regione che – a differenza di molte altre – non ha più alcuna banca territoriale, al netto di solide Bcc che detengono tuttavia quote di mercato ancora troppo ridotte. Il sistema bancario, partendo dagli istituti di caratura nazionale, manifesta sempre meno convinzione nell’assistere le imprese più piccole: la Regione ha il dovere di sostenere i consorzi fidi e il credito diretto che essi possono erogare in base all’ordinamento vigente, anche con strumenti vincenti come il voucher che, in Regioni similari come le Marche, ha dato al beneficiario finale la possibilità di beneficiare sia di una riduzione del costo legato al tasso di interesse che un abbattimento del costo della garanzia consortile.